Morricone e la mia nostalgia del sentire


È agosto, non riesco a tirarmi su dal letto. Tra qualche giorno dovremmo andare, io e la mia famiglia, a un concerto di Ennio Morricone all’Arena di Verona. Mio fratello non è disposto a rinunciare, non sembra capire che c’è uno strato di colla vischiosa che mi tiene appiccicata al materasso. Non è che non voglia alzarmi, non posso: la depressione alle volte è una faccenda meramente meccanica. Scollata e senza più niente su cui far presa, un cerotto strappato via, sono consegnata alla sopravvivenza da una pastiglia di antidepressivo al mattino e dieci gocce di ansiolitico tre volte al giorno. Sedata e sospinta, sospinta e sedata, mi ritrovo seduta sui gradoni della cavea. Litighiamo per qualcosa; cioè, loro litigano: litigare è un’azione vitale che ora non mi è concessa. Sono nauseata. Prima, sotto il terrazzo di Romeo e Giulietta, la mia nausea dialogava col seno scolorito della statua di lei, palpato dalla gente in posa per le foto: ho immaginato la tetta prendere vita e vomitare sui turisti. 

Il concerto inizia e a me non frega niente. Vorrei svenire, così dovrebbero portarmi via e farmi stendere. Sono talmente concentrata a dirottare la tentazione dello svenimento e della fuga che non riesco a provare niente. Mi fisso allora sulle facce di mio padre mia madre e mio fratello, i bronci appianati e gli occhi rapiti, osservo il miracolo del sentire, a me negato. Registro le reazioni alle note che conosco e un tempo mi hanno parlato, le stesse che adesso non sanno dirmi nulla, non sanno salvarmi. 

Questa non è la storia di come la musica di Morricone, una sera, mi ha scosso e riportato alla vita. È la storia di come, una sera, la musica di Morricone mi ha taciuto la sua bellezza, ma l’ha affidata alle persone che amo, perché loro potessero raccontarmela e io potessi rimpiangerla per sempre. 

Non c’è che un modo per tornare a sentire: averne nostalgia. 

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