Perturbazioni anticipatorie colpiscono un po' ovunque. Attenzione!

domenica 9 aprile 2017

Dawson City_Il tempo tra i ghiacci - Bill Morrison (2017)


La salamandra è un animaletto anfibio piuttosto buffo. Ricoperto di secrezioni liquide velenose e brucianti, trova agio nell'elemento acquatico. Eppure l'uomo le ha ricamato addosso una splendida veste mitica, di entità prodigiosa, capace di generare il fuoco e di abitarlo, rimanendone illesa. Proprio come la salamandra, il cinema ha prodotto uno sproposito attonito di fantasmagorie. Ci si ricorda  allora con stupore che esso è inscindibile dalla degradabile materia: che è una creatura fragile. Lo è stato nei primi anni di vita, quando veniva scritto sull'argento esplosivo, lo è oggi, nell'era marasmatica del digitale. E sempre, in ogni caso, il cinema subisce il richiamo del vuoto, la memoria lo tiene per un lembo. Resiste in effimere persistenze di testimonianza e bellezza, briciole eroiche del tutto andato perduto, tra le fiamme e le nostre amnesie. Continuiamo a sederci al buio per il sapore di quelle briciole, e per le onde di meraviglia immense, sospese sopra il gramo orizzonte, gelate nell'attimo prima di frangersi e scomparire.


(aprile 2017)

domenica 19 marzo 2017

Der wald vor lauter bäumen - Maren Ade (2003)


“Der wald vor lauter bäumen”, ovvero “La foresta per gli alberi”. Uno di quei titoli belli e preziosi, degni d’essere indagati. In tedesco “non vedere la foresta per gli alberi” è un’espressione idiomatica che significa smarrire la visione d’insieme, concentrandosi troppo sui dettagli. Trovo significativo che il film si apra con il trasferimento della protagonista in una nuova città: approdando nell’ignoto la mente si fa selettiva, isola e focalizza quella porzione di realtà lasciando fuori il resto. Una strategia della miopia che cova in sé il rischio della disperazione. Sconforto, solitudine, inadeguatezza s’infiltrano ovunque, ma proliferano nelle nicchie anguste, quelle che tanto spesso ci costruiamo quando siamo impreparati, e spaventati. Così fa Melanie, che in più persevera in uno sguardo dalla visuale “piccola”, su misura della percezione che ha di se stessa; sguardo che ha poco a che fare col vedere, e molto invece col fissare, con lo spiare. Spia ossessivamente, senza malizia,  la sua vicina di casa, Tina. Decide che ne deve diventare amica, a costo di umiliazioni imbarazzanti, di violente effrazioni della propria natura. Da insegnante si scontra con la cruda arguzia degli allievi più grandi, oltre che con l’ostilità cameratesca dei colleghi. Se non che uno di loro intuisce il suo malessere, perché lo conosce, perché lo ha vissuto. Ma Melanie non osa dirsi che sta male, né se lo lascia dire. Preferisce chiudersi in bagno e lì consumare la fiamma dell' abbandono. Allontana così un credibile amico, qualcuno che avrebbe potuto trascinarla fuori dalla semicecità straziante. Isola la famiglia, rinuncia alla possibilità di disintossicarsi dall’aria guasta, almeno per un po’, di ricordarsi che esiste altro. Satura il proprio ristretto universo di angoscia, allo stesso modo in cui stipa l’auto con l’immondizia di Tina. Tutto accade in un incedere lacerante, tachicardico, sferzato da un alito di incombente minaccia. Il suicidio è l’idea latente che assilla lo spettatore, ancor più che la stessa protagonista. Quando in una scena afferra con frustrazione un lungo filo elettrico, quello dell’aspirapolvere che di lì a poco passerà sul pavimento, ho avuto il sentore che ci si sarebbe impiccata. E’ un personaggio lancinante Melanie, pedinato con vicinanza non connivente, con implacabilità non sadica. Maren Ade riabita con noi il suo racconto di dolore, sino all’ultima immagine, in un’espressione di premurosa lealtà che mi ha profondamente commosso. Senza conforto, senza abisso, nel finale ci stacchiamo dal film quasi volando. Porto la mano alla bocca, senza respirare, mentre vedo Melanie che lascia il volante dell’auto e si sposta sul sedile posteriore, inscenando un incubo terribilmente banale. Capisco che non ci sarà schianto, allora mi rilasso. Melanie abbassa il finestrino e vi si appoggia, di nuovo bambina senza un pensiero al mondo. Fuori la luce compare e scompare tra le fronde, alberi si addossano l’uno all’altro nella carrellata visiva della corsa. E' la foresta.


(marzo 2017)

venerdì 27 gennaio 2017

Cirrovagazioni (17) Il sapore di Dio


Silence di Martin Scorsese (2016)




Il sapore della spada di Banzo (racconto Zen)

"Matajuro Yagyu era il figlio di un famoso spadaccino. Suo padre, convinto che l’attitudine del figlio fosse troppo scarsa per fargli raggiungere la maestria, lo disconobbe. Così Matajuro andò sul Monte Futara e là trovò il famoso spadaccino Banzo. Ma Banzo confermò il giudizio del padre. «Tu vuoi imparare a maneggiare la spada sotto la mia guida?» domandò Banzo. «Ti mancano i requisiti indispensabili».
«Ma se lavoro sodo, quanti anni mi ci vorranno per diventare un maestro?» insistette il giovane.
 «Il resto della tua vita» rispose Banzo.
 «Non posso aspettare tanto» disse Matajuro. «Se accetti di darmi lezione, sono pronto a sottopormi a qualunque fatica. Se divento il tuo devotissimo servo, quanto tempo ci vorrà?».
 «Oh, dieci anni, forse» disse Banzo addolcendosi.
 «Mio padre si sta facendo vecchio e presto dovrò prendermi cura di lui» continuò Matajuro. «Se lavoro ancora più assiduamente, quanto tempo mi ci vorrà?».
 «Oh, forse trent’anni» rispose Banzo.
 «Ma come!» disse Matajuro. «Prima hai detto dieci anni, e ora trenta! Accetterò qualunque privazione pur di imparare quest’arte nel tempo più breve!».
 «Bè,» disse Banzo «allora dovrai restare con me settant’anni. Un uomo che ha tanta fretta di ottenere dei risultati raramente impara alla svelta».
 «E va bene» dichiarò il giovane, comprendendo infine che gli si stava rimproverando la sua impazienza. «Accetto».
 Matajuro ebbe l’ordine di non parlare mai di scherma e di non toccare mai una spada. Cucinava per il suo maestro, lavava i piatti, gli rifaceva il letto, puliva il cortile, curava il giardino, tutto senza che si parlasse mai di scherma.
Passarono tre anni. Matajuro continuava a lavorare. Pensando al proprio avvenire era triste. Non aveva ancora cominciato a imparare l’arte alla quale aveva votato la propria vita.
Ma un giorno Banzo scivolò alle sue spalle e gli diede un colpo terribile con una spada di legno. L’indomani, mentre Matajuro stava cucinando del riso, Banzo tutt’a un tratto gli saltò di nuovo addosso.
Da allora, giorno e notte, Matajuro dovette difendersi dagli assalti inaspettati. Non c’era giorno, non c’era momento che non dovesse pensare al sapore della spada di Banzo. Imparò così in fretta che la faccia del suo maestro era raggiante di sorrisi. Matajuro divenne il più grande spadaccino del paese. "



venerdì 6 gennaio 2017

La freccia azzurra - Enzo d'Alò (1996)


Conservo di “La freccia azzurra” un’edizione speciale, la registrazione in VHS della prima TV su RaiTre. Così ho potuto gustare anche le vecchie pubblicità, lo speciale di Licia Colò sull’Epifania, e l’edizione notturna del telegiornale, che insisteva sugli strascichi politici del “Sexgate”. Dunque era il 1998, avevo sette anni. Allora non badavo ai titoli di testa, ho riflettuto, non sapevo che “La freccia azzurra” è tratto da un racconto di Gianni Rodari, il cui “Libro degli errori” mi ha incontrato che ero già grande, o che le musiche sono di Paolo Conte (nato proprio il 6 gennaio di ottanta anni fa), la cui voce mi tiene spesso compagnia nei tragitti solitari in auto. Non mi dicevano niente i nomi di Dario Fo e Lella Costa, che prestarono le voci a Scarafoni e alla Befana. Né potevo cogliere le alte intenzioni dietro ai disegni, accolti con meccanica, stregata passività, e che ora so esser merito dell’intelligenza di Paolo Cardoni, capace come pochi altri illustratori di rispettare, nel bambino, il bisogno di chiarezza. Scopro quindi le insospettabili scelte, le inavvertibili fatiche, gli invisibili ingranaggi di un film che non ne mostra i segni, ben nascosti da un’ostinata lieve semplicità. Anche in tal senso “La freccia azzurra” è un’esultanza di illusioni, quelle illusioni belle da cui i bambini traggono una felicità feroce, che si fa cauta, pregiata speranza nel disincanto adulto.
Il vento protestava contro le finestre ieri notte, o meglio stamattina presto, mentre ripassavo la rituale visione. Ho pensato che in effetti sì, questo piccolo film “de chevet” sa tener fuori la tempesta, qualsiasi essa sia, almeno per un po’.
Buona Epifania a tutti.


(gennaio 2017)

lunedì 2 gennaio 2017

La tartaruga rossa - Michael Dudok de Wit (2016)


Non vi era nulla da prendere alla lettera in “Father and Daughter”, breve meraviglia dell’ormai lontano 2000. Era necessario scavalcare una soglia, precipitare nella propria voragine di pensieri: dovevamo trovare noi stessi in una storia universale.  Lo spazio, il tempo, i gesti avevano trasgredito il mondo della figurazione, occupato il mio, redatto il paragrafo di un’intima ideale biografia. Ne aggiunge almeno un altro, ad anni di distanza, “La tartaruga rossa”, il primo lungometraggio di Michael Dudok de Wit. Ancora personaggi senza nome, senza segni particolari, quasi senza carne. No, non involucri da riempire, ma forme ardenti: hanno l’anonimia struggente delle creature arboree. M’obbligano a interrogarli, solo per chieder loro: cosa siete per me? Risponde, più forte degli altri, la tartaruga rossa. Ho dell’amore la ruvidezza fragile – mi confessa – e la spietata tenerezza. Sono la tua minaccia dolce, la tua prigione vitale. Il sentimento che strattonando ti trattiene e t’accarezza.


(gennaio 2017)

sabato 24 dicembre 2016

Cirrovagazioni (16) - Auguri con Emily

I libri, come i film e altre cose preziose, hanno di bello che se condivisi possono fare il giro del mondo. Tempo fa ho ricevuto in dono una raccolta di lettere scelte che Emily Dickinson ha scritto a familiari e amici. Ve ne regalo una adatta a queste festività invernali, irriverente e dolce al tempo stesso. Risale al 1884 circa, ed era indirizzata alla cugina e amica Clara Newman Turner.


"The cordiality of the Sacrament extremely interested me when a Child, and when the Clergyman invited "all who loved the Lord Jesus Christ, to remain," I could scarcely refrain from rising and thanking him for the to me unexpected courtesy, though I now think had it been to all who loved Santa Claus, my transports would have been more untimely.

Emily - "


"La cordialità del Sacramento mi interessava moltissimo quando ero Bambina, e quando il Pastore invitava "tutti quelli che amano il Signore Gesù Cristo, a restare", riuscivo a malapena a trattenermi dall'alzarmi e ringraziarlo per l'inaspettata cortesia, anche se ora penso che se si fosse rivolto a chi amava Babbo Natale, i miei slanci sarebbero stati più repentini.


Emily - "

domenica 11 dicembre 2016

E' solo la fine del mondo- Xavier Dolan (2016)


“Non è la fine del mondo” sbotta ad un certo punto Louis, minimizzando la portata del suo viaggio.  Un modo di dire, un’ espressione collettiva di comodo riciclo.  Ma come si fa, come si dice, quando è davvero la fine del mondo?  La docilità di Louis, la dolcezza imbarazzata, la passività affranta, sono strati di trucco sopra un volto bruciato da quella domanda. Louis studia internamente le combinazioni possibili del linguaggio, così da sciogliere il verso di ciò che gli sta accadendo. Lo immagino, mentre contempla l’assurda idea di rovesciare una stupida, trita frase fatta: “è la fine del mondo”. Poi si premura d’aggiungere una nota di consolazione: “è solo la fine del mondo”.

Fuori, tutto intorno, si combattono altre guerre di parole contro le parole. Nella madre, in Antoine, in Suzanne, anche in loro abita il disperato desiderio di schiudersi. Lo riconosco, ha il familiare tuono delle urla, il rombo secco dei pugni sul tavolo, lo stridio delle sedie lasciate brutalmente vuote. Al di là c’è Catherine, triste, impacciata e quasi balbuziente, un po’ come la Kyla di “Mommy”. Un personaggio meravigliosamente "pericoloso", malgrado l’apparenza, capace più degli altri di leggere e tradurre segni.

“Dillo con parole tue”, così si invita l'altro a raccontare. Il dramma è appunto questo, che le parole sono di tutti, ma di nessuno in particolare. Non esistono parole speciali, parole che ci si cuciano addosso. Allora Louis tace, e il suo segreto, il segreto del suo mondo, che tanto ha cercato  una via d’uscita, si riversa esausto sul pavimento in penombra.


(dicembre 2016)