Still Alice -Richard Glatzer e Wash Westmoreland (2015)
Ho scoperto di recente la storia
dell'espressione "still life", il cui corrispettivo italiano suona
piuttosto funereo, anzi antipatico (ce l'hanno imboccato i francesi): natura
morta. Pare che i primi a definire tale genere pittorico siano stati gli
olandesi, che usarono a tal scopo una bella combo di parole: "stil" e
"leven". "Stilleven": vita silenziosa, vita immobile. Da cui
il tedesco "stilleben" e l'inglese "still life". Questa
pippa didattica solo per dire che il titolo "Still Alice" non si
presta ad un'immediata lettura. Ancora Alice, pur sempre Alice; Alice inerte,
Alice senza parole.
Vorrei concentrarmi solo sulla scena che con garbo, soprattutto pregnanza,
chiude il racconto. Lydia legge alla madre un passo da "Angels of
America", poi le chiede di che cosa parli. Alice versa ormai in uno stato
semicatatonico e parla a stento, riesce appena a bisbigliare la risposta:
"amore". Non credo che Alice si riferisca al monologo in sé, per
quanto allusivo, o alla raffinatezza linguistica che un tempo, sì, avrebbe
ammirato. "Amore" è piuttosto il gesto di condivisione da parte di
Lydia. La più piccola, la più libera, la meno allineata dei tre figli. L'unica
che resta, l'unica che incrina, senza certo dissolverla, l' inevitabile
solitudine della malattia. Il mancato suicidio di Alice non ha forse altro
senso che questo: vedersi concesso, prima della dispersione definitiva, il
privilegio di sentirsi ancora accettata e amata. Proprio da chi,
paradossalmente, non ha saputo amare.
(febbraio 2015)


Commenti
Posta un commento