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Nomadland - Chloé Zhao (2020)

Nella vita “a togliere” di Fern ogni piccola cosa ha una funzione sostanziale, e la sua mancanza, anche se momentanea o risolvibile, incide sulla densità dei giorni: può renderli affannosi o interminabili. Un piatto rotto non è un cumulo di cocci da spazzare via, ma un insostituibile oggetto ferito, che merita il tempo di una meticolosa riparazione;  una gomma a terra non è solo una seccatura, ma la tappa di una crescita, una prova di adeguatezza al mondo. Anche liberare l’intestino non è l’atto imponderato e trascurabile che è per chi, seduto su un cesso lucente, può ignorare l’ultima destinazione degli escrementi. Non sorprende quindi che il guasto al motore del van costituisca la svolta drammatica della storia, un po’ come accadeva in "Wendy e Lucy", un bel film di Kelly Reichardt cui ho ripensato molto: il conto dal meccanico diventa il riscatto da saldare per la propria vitale mobilità.  In "Nomadland" rappresenta anche il rassegnarsi alle logiche stringenti

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